Manifesto a 30 mani: un workshop di serigrafia tra memoria e creatività
Abbiamo unito due tavoli perché uno non bastava a contenere tutto: gli schizzi, i lucidi, le prove colore, i fogli stampati. «Fatevi un applauso perché siete stati davvero bravi!» Battito di mani ed entusiasmo generale. Foto tutti insieme, ognuno con in mano una copia del manifesto appena finito. Nessuno sa esattamente quale copia ha stampato, ma tutti sanno di aver partecipato dando il proprio contributo. Questo è Manifesto a 30 mani, una ballata a 15 voci sul filo della memoria.
Come nasce il progetto
Qualche mese fa Antonio e Valentina di Vald’O mi hanno chiesto se volevo provare a creare un manifesto insieme ai ragazzi delle scuole medie di San Quirico. L’idea era di recuperare e rielaborare le memorie di partigiani e sanquirichesi del periodo della seconda guerra mondiale, raccolte nel libro Sul filo della memoria: San Quirico d’Orcia 1943-1944: sotto i bombardamenti.
Un manifesto di solito ha una voce sola. Qui invece si partiva dal disordine creativo di quindici ragazzi, con pochi incontri a disposizione: quattro in tutto, due ore ciascuno. Per me era fondamentale che i ragazzi non si limitassero a progettare il manifesto, ma che se ne occupassero fino alla stampa. Perché quando sei responsabile di tutti i processi di realizzazione di un progetto, dall’idea alla stampa, acquisisci quel senso di autoefficacia che si impara solo facendo le cose.
Ho strutturato il workshop in due parti: due incontri dedicati all’ideazione e due dedicati interamente alla stampa serigrafica.
Il metodo: da quindici voci a una sola
Serviva un metodo. La domanda da cui sono partita era semplice: cosa colpisce un dodicenne di una storia che non è sua?
Primo incontro: la memoria visiva
Ho chiesto ai ragazzi di disegnare qualsiasi elemento delle storie lette in classe che gli fosse rimasto impresso. Poteva essere un oggetto, un momento, un’emozione, un luogo. Disegno libero, 15 minuti, fogli A4 e matite. Con questo esercizio contavo di sbloccare la parte creativa e forzarli a uscire dai binari del «faccio quello che si aspetta la Prof».
Ci siamo poi riuniti intorno al tavolo, abbiamo analizzato insieme le immagini e scritto sulla lavagna le parole chiave e i simboli ricorrenti. Ho mostrato loro esempi di manifesti illustrati efficaci e ho spiegato la sfida: avremmo disegnato e stampato insieme un manifesto a due colori, ispirato a Sul filo della memoria. Semplice ma potente: il vincolo tecnico della serigrafia non è una limitazione, è una direzione.

Ne è seguita una fase di brainstorming collettivo: quali oggetti e simboli ricorrevano? Quale messaggio si voleva lasciare a chi avrebbe guardato il manifesto? I ragazzi hanno lavorato in piccoli gruppi assortiti: chi sviluppava un’illustrazione proposta da una compagna, chi lavorava allo slogan pensato da qualcuno che non era nel suo stesso gruppo. Sono arrivati a tre idee distinte con i rispettivi slogan.
Secondo incontro: l’illustrazione collettiva
Dal secondo incontro dipendeva il successo dell’intero progetto. Era essenziale arrivare al suono della campanella con un’illustrazione finita. Fra le tre proposte ce n’era una che funzionava particolarmente bene, nata da un oggetto che era comparso più volte nei disegni del primo esercizio: un binocolo.

I bozzetti
Discutendo insieme, i ragazzi avevano immaginato un bambino in un campo di papaveri che guarda attraverso un binocolo le immagini del passato. Da quella discussione è venuto fuori spontaneamente lo slogan: «guardare a ieri per cambiare il domani».

Non restava che mettersi all’opera. Piccoli gruppi, ognuno responsabile di un dettaglio grafico: il lettering, il bambino, il binocolo, i disegni nelle lenti, i papaveri. Ogni elemento è stato disegnato da più mani e, una volta fotocopiato, abbiamo riassemblato tutto con un collage intorno al tavolo, cercando di usare tutti i disegni a disposizione. Negli ultimi dieci minuti, con uno sforzo di immaginazione perché il tempo era quasi finito, abbiamo deciso quali aree avrebbe occupato il secondo colore. Poi il trasferimento su lucido: ricomponendo il disegno finale con il nero, il manifesto era pronto per la serigrafia.
La stampa: si fa sul serio
I ragazzi sono entrati al terzo incontro e hanno trovato qualcosa che non si aspettavano. Un tavolo pieno di oggetti che non avevano mai visto: barattoli con polveri colorate, una bilancia, nastri adesivi, spatole, giornali, racle. E una grossa scatola di cartone con all’interno i telai serigrafici dei due colori del loro manifesto.

Dopo una breve introduzione alla tecnica: cos’è la serigrafia, come funziona, le regole di sicurezza. Poi una lunga messa a registro del telaio del colore di fondo (avevano scelto il rosso) e finalmente la stampa. Tutto un gioco di squadra, a coppie: chi metteva e toglieva il foglio, chi stampava. Poi ci si scambiavano i ruoli. Al suono della campanella tutti i tavoli dell’aula erano pieni di fogli con indefinibili macchie rosse.

Al quarto incontro è arrivato il momento della verità. Quando il secondo colore è sceso sul foglio e il manifesto è apparso per la prima volta, c’è stato un WOW collettivo!

Finite le stampe a due colori, abbiamo tirato alcune copie solo con il nero: i ragazzi le coloreranno a mano in vista della mostra di fine anno. Poi ci siamo riuniti intorno ai tavoli per rivedere tutto il percorso dal principio.
Cosa rimane
Da uno scarabocchio si può arrivare a un vero manifesto realizzato interamente con le proprie mani, passando dalla memoria di un ragazzo del ‘900 attraverso il gesto di quindici ragazzi del 2000.
Questo workshop dimostra che la serigrafia non è solo una tecnica di stampa. Ma può essere un processo collettivo in cui il vincolo (due colori, poche ore, un telaio condiviso) diventa il motore della creatività. E che quando si lavora sulla memoria storica con strumenti visivi e artigianali, quella memoria smette di essere solo un testo da studiare e diventa qualcosa che passa attraverso le mani.
Grazie ad Antonio, Valentina e ai ragazzi di San Quirico.